Biografia - Davide Peretti Poggi, pittore

 

Gente nell'acqua

Eugenio Riccòmini

Un’intera infanzia passata imbrattandosi di colori a olio, ad acquarello, e poi impiastricciandosi di sostanze acriliche, fra barattoli di vernici, fra tubetti mezzo spremuti, fra pennelli consunti, spugne, stracci, spatole, frammenti di carboncino, spezzoni di sanguigna, di vecchie matite. Fra pareti d’una casa sulle prime pendici dei colli, con un giardino volutamente rinselvatichito; e ogni stanza  piena, da terra al soffitto, di dipinti spesso giganteschi, eseguiti dalla mano maestra di suo padre, un pittore che allora a tutti celava una destrezza senza eguali; non in città, o nella sua patria, ma nell’intero continente. Che cosa mai poteva fare quel bambino, gattonando e poi barcollando e poi crescendo in quello strano mondo, unico e senza paragoni? Il padre, forse, non gli diede mai sistematiche lezioni. Ma quei quadri gli stavano attorno, e anche addosso. Erano il suo orizzonte, la sua vera finestra sul mondo, sulle cose, sugli oggetti da cui, nel vivere, siamo inconsapevolmente circondati, assediati.

Certo, Davide avrebbe potuto anche ribellarsi: fumare spinelli con i compagni di scuola, darsi al rock, aggredire le salite dei colli con una moto fuoristrada; o studiare i verbi irregolari greci, le tortuosità della filosofia tedesca; e altre cose d’ogni genere: da bambini si può immaginare di fare qualsiasi cosa, e ci si riesce anche, talora, mettendocisi d’impegno. Tutto, insomma, ma non lo stesso mestiere del padre; di quel padre, poi; con cui è ridicolo mettersi a fare il braccio di ferro.

E invece no. Ancor prima di metter piede in un’aula di scuola elementare pasticciava con carboncini e sanguigne e lapis; come sua sorella, del resto, che poi prese altra strada. Curiosava le opere del padre, e i suoi libri d’arte, con le tavole a colori o, più spesso, in bianco e nero. Si provava a copiare cose anche ardue, difficili; figure soprattutto, anche in scorcio, o in quelle positure forzate che ogni accademia imponeva, un tempo, agli allievi, per metterli alla prova. Erano esercitazioni senza maestro, la cui più o meno felice riuscita Davide era perfettamente in grado di giudicare da sé, in un attimo: passando con l’occhio dal modello prescelto, sempre illustre, al foglio appena ricolmo di segni, e d’errori. È cresciuto così, di giorno in giorno superando le difficoltà. Per anni ed anni. Senza che mai gli passasse per la testa l’idea di diventare, che so, un artista, ch’è un termine di ampia indeterminatezza: visto che sono artisti anche i clowns e gli acrobati del circo, e così pure i tenori, o chi picchia sulla grancassa in una banda musicale. Gli bastava saper disegnare; che non è cosa da tutti.

E gli premeva, anche, di seguire con ostinazione una via del tutto diversa da quella del padre. Per giusto orgoglio di rampollo; e perché ognuno di noi scrive lo stesso alfabeto ma con tratto, con stile diverso; e a ciascuno il suo. Niente oggetti, quindi, e niente nature morte; e nessuna dilatazione delle dimensioni. Quando, infine, diede di piglio ai pennelli dipingeva, ricordo, quasi solo paesaggi: scorci del nostro Appennino, anche in primavera o nella bella stagione, assolata. Occorreva anche, per un giovane di queste parti, scansare il Morandi; e quindi tagli sghembi, colori accesi e spesso dissonanti, e materia densa; perfino increspata. E mai nessuna nostalgia ottocentesca, nessuno stradello fra le siepi, nessun viandante, nessun mormorio di ruscello.

Seguì quel sentiero, quindi. Ma solo per un poco. Per dipingere paesi bisogna girare con la macchina, cercare, in qualche modo, il “motivo” (anche se Courbet diceva che non ce n’era alcun bisogno: bastava dipingere ciò che s’aveva davanti agli occhi, senza aggiustare la natura); e, piantato il cavalletto, c’è però sempre qualche curioso che si mette a curiosare, e magari attacca bottone; e non si può sempre dire ciò che giustamente sta scritto sugli autobus o sui tramway: che è proibito parlare al conducente. Davide aveva bisogno del silenzio, delle pareti chiuse dello studio; e di modelli che stessero zitti e fermi.

Figure umane, quindi; un tema, fra l’altro, che suo padre non aveva mai voluto toccare. Sono, perlopiù, corpi di gente che lavora in campi inondati; corpi ricurvi, in pose faticose, non dissimili da quelli delle nostre mondine del dopoguerra, o da quelli dei contadini indocinesi intenti a frugare nell’acqua per tirar fuori qualche manciata di riso, mentre gli elicotteri gli ronzano sopra, sparacchiando felici raffiche di mitraglia, a caso. Nulla, però, che somigli ai nostri celebri film di mondine (anche bellissime; ma qui volti e seni non si vedono); o ai dipinti neorealisti di quel tempo, che si trovavano appesi nelle Case del Popolo, che non esistono più; se non come luoghi d’una ostinata memoria.

Niente modelli già raffigurati, quindi; nessuna reviviscenza: quelli di Davide sono quadri mai visti. Vi affiora qua e là, semmai, la lunga abitudine a disegnare dal vero, e dai fogli dei migliori maestri antichi: mai un errore, infatti, nel risalto dei muscoli, dei tendini tesi nella fatica, nella luce che scivola sui dorsi, sulle braccia, sulle mani callose. È una folla di lavoratori, certo, e non di bagnanti (magari, piuttosto, di bagnini, anche anziani e in pensione): lo si vede perché, se non sono nudi, indossano perizomi di cotonaccio, fatti in casa e non certo scelti nelle vetrine d’un negozio d’abbigliamento sportivo. Ma non compare, qui, l’enfatico elogio del lavoro, della fatica fisica per guadagnarsi il pane. Non sono eroi, questi. Sono solo nudi accuratamente disegnati, con rara maestria: ed è appunto questa maestria che a Davide sta a cuore. L’amore per il disegno ben condotto lo induce, inoltre, a dipingere quasi a monocromo: il pennello non abbandona quasi mai le mille sfumature del grigio, e oscilla tra il nero cupo dell’ombra e il bianco sporco delle parti illuminate; unica macchia di tinta, solo appena percebibile, è in quelle braghe, in quelle canotte sdrucite che, talora, i suoi personaggi indossano. E che quello scultore di Caprese, cui ricorre spesso il pensiero di Davide, avrebbe evitato; perché ritraeva semidèi, e non braccianti di Comacchio. E i semidèi, inoltre, non esibiscono, come qui, pance debordanti, e glutei monumentali, e seni a malapena trattenuti dalla cinghia d’un povero reggiseno da Upim, che è lì lì per cedere.

L’epidermide di questa gente, poi, è sempre madida d’acqua; un altro elemento che il padre di Davide non ha mai affrontato, perché preferisce le cose immobili, da contemplare a lungo. Suo figlio, invece, sguazza sempre col pennello nell’acqua. Ha un inconfessato debole per l’abilità del vecchio Monet, che dipingeva soprattutto acqua, magari stagnante, su cui aggallavano foglie e ninfee fiorite: la natura, ancora, anche anni ed anni dopo che le più ardite e blasfeme avanguardie avevano tirato giù la saracinesca. Le sue figure, di Davide intendo, stanno con piedi e mani nell’acqua, e chissà che frugano. E il loro corpo appare bagnato, non sai se di sudore, o ancora d’acqua. Assai spesso la luce, l’ombra, il riverbero dell’elemento liquido rendono incerto, o cancellano alla vista, il contorno del disegno, che Davide neppure traccia; perché il suo occhio vede, come il nostro, solo i contrasti di tinta, e quindi di luce e di oscurità. Per rendere al meglio il baluginìo dell’acqua, poi, ricorre spesso a tecniche del tutto estranee alla pittura tradizionale: incolla alla tela striscioline di carta dipinta color dell’acqua, ed ottiene con questo trucco un effetto quasi prospettico; mentre l’acqua è la sola cosa di natura che non si può costringere dentro la rete mentale e geometrica della prospettiva.

Lo stesso artificio impiega in quei pochi ritratti di gente al mare, con un berretto sgualcito, ma da vacanza povera, in testa; e se li si guarda con la luce di striscio si scorge benissimo, come fossero rughe d’età, i frammenti di carta aggiunti alla prima stesura. E così avviene in quelle teste di fanciulle adolescenti, anch’esse in vacanza, belle di gioventù, con la chioma e le gote quasi a rilievo, per via di quelle aggiunte.  E si può infine immaginare che ancora al mare, magari in una stanza di pensione modesta presso l’Adriatico, abbia colto il pieno, teso rigonfio di questa donna incinta, di cui non si scorge il volto; e il ventre affiora e prorompe dal lenzuolo spiegazzato, attorto, forse madido di sudore anch’esso; e quasi senza forma; informale, si sarebbe detto.

 

il primo disegno

 

 

Davide Peretti Poggi: naufraghi nella luce

Sandro Parmiggiani

Quando mi capita di entrare nello studio di un artista, c’è, tra le tante cose che vi sono disseminate, una situazione che inevitabilmente attrae la mia attenzione: le riproduzioni di dipinti o sculture, spesso precariamente attaccate con un po’ di nastro adesivo o fissate, come promemoria, con degli spillini su un pannello di legno – così che chi lì lavora e trascorre buona parte della giornata possa eventualmente rimuoverle quando il fascino, o la passione, per quell’opera e quell’artista si saranno sopite. Perché sempre mi soffermo, negli studi degli artisti, su queste immagini, e me le fisso nella memoria? Perché ci possono dire qualcosa degli esordi, e del successivo percorso, di un artista, attraverso i riferimenti ideali, le aspirazioni e le affinità segrete che si disvelano in quelle immagini, una sorta di confessione dell’artista stesso sui “modelli” che hanno contribuito a fargli imboccare e seguire una certa strada, alla quale magari lui idealmente continua a tendere.
Nel seminterrato che ospita l’atelier di Davide Peretti Poggi, ai margini di Bologna, dove le nuove, eleganti costruzioni hanno cancellato ogni terrain vague che pure ti aspetti di incontrare quando passi dalla città alla campagna,ecco subito venirmi incontro non una riproduzione, ma un dipinto di Vermeer, La lattaia, la prima opera realizzata da Davide, cui a lungo lavorò in gioventù, copiando quel memorabile interno del maestro olandese. E, disseminati qua e là, sulle pareti, ecco altre riproduzioni di Vermeer, tra cui una veduta di Delft, una conchiglia in acquaforte di Rembrandt, una delle Ninfee di Monet... Sui dorsi dei volumi allineati su una parete, leggo molti titoli dedicati al disegno: è come se quel che Davide comincia a mostrarmi, i dipinti e gli stessi acquerelli che mi presenta alla fine, che costituiranno la sua mostra in Santa Maria della Vita a Bologna, avessero come retroterra una lunga, macerata frequentazione del disegno, uno studio dell’anatomia dei corpi – del resto, esporre in un Santuario dove presto si può fare il confronto con la sconvolgente verità delle figure del Compianto su Cristo morto di Niccolò dell’Arca potrebbe fare tremare i polsi a molti... Credo che Davide sia consapevole dell’ardua prova che lo attende, svelando per la prima volta un corpus così significativo di dipinti, ma che vi giunga con la serenità di chi sa di non essersi fatto abbacinare dalle mode, dai balocchi e dai profumi che ancora illudono occhi che si reputano troppo intelligenti e colti per non accorgersi che si tratta, talvolta, solo di banali trovate. Certamente Davide conosce quel che, sull’importanza del disegno, hanno detto e scritto i grandi maestri; non so se gli sia capitato di leggere la lettera che Arshile Gorky indirizza alla sorella nel 1943, sei anni prima della decisione di uscire di scena con il suicidio, dopo le tragedie consecutive che hanno devastato la sua vita – ultima, il grave incidente stradale in cui ha perso l’uso del braccio e della mano con cui dipingeva –, nella quale l’artista di origine armena scrive: “Il disegno è la base dell’arte. Un pittore scadente non sa disegnare. Ma un pittore che disegna bene sa comunque dipingere... Il disegno offre all’artista la capacità di controllare sia la linea che la mano. Sviluppa in lui la precisione della linea e del segno”. Non sarebbe necessario chiedere a Davide che cosa ne pensi: sono certo che sottoscriverebbe queste considerazioni, parola per parola. In fondo, nei tanti anni d’apprendistato, questa è stata la terra che lui sapeva di dovere dissodare, il campo da attraversare, prima di approdare alla meta che lui si era prefissata. Del resto nella sua pittura sempre un disegno è all’origine di tutto, sia esso tracciato in presa diretta davanti all’immagine palpitante, sia l’esito di una fotografia da lui scattata – già Bonnard e Vuillard usavano l’immagine fotografica come appunto… –, da cui comunque sempre trae un disegno.

Davide Peretti Poggi ha dipinto, negli ultimi cinque anni, alcuni cicli di opere, presentate in questa mostra, in cui il corpo umano è l’assoluto protagonista, ad eccezione della serie, assai bella, in cui si è cimentato, anni fa, con il corpo e la testa di qualche animale. Spesso, intorno e accanto a questi corpi umani, compare l’acqua: possono esservi immersi totalmente, con la sola testa che ne fuoriesce, e la bocca aperta nello sforzo di chi finalmente può respirare profondamente, oppure essere colti mentre escono camminando dall’acqua del mare, o ancora, più frequentemente, nel ciclo cui l’artista si è dedicato con maggiore intensità, essere chinati e piegati, sempre dentro l’acqua del mare, in prossimità della riva, intenti a cercare e raccogliere conchiglie e telline. Dunque, l’acqua – e chi frequenta le zone di mare sa che, mentre vi si avvicina, la luce cambia, diventa avvolgente, invade e sommerge ogni cosa, con i riflessi e i bagliori che dalla superficie dell’acqua fuoriescono, si rifrangono nel cielo, e vengono ovunque proiettati – è un elemento che ha, in molti dei cicli di Davide, un’importanza quasi pari a quella del corpo, fungendo da quinta pervasiva, una sorta di liquido amniotico in cui lui sente il bisogno di immergere le proprie figure: non c’è nessuna separazione, nessuna distinzione cromatica o di materia pittorica tra corpi e acqua, così che molti di questi dipinti virano verso il monocromo. Non so se questa presenza dell’acqua abbia contribuito a determinare la scelta dell’artista di incollare sulla tela carta velina di vari colori e spessori, talvolta strappata in pezzi che s’arricciano e creano minuscoli avvallamenti o fenditure. Quel che è certo che questa tecnica particolare consente a Davide di raggiungere due obiettivi. Da un lato, non essere schiavo delle tentazioni, delle illusioni e dei possibili sviamenti della materia pittorica, potendo stendere le sue pennellate di colore acrilico, i segni del carboncino e della fusaggine, con la stessa libertà della mano che sta disegnando, che sta tracciando su un foglio una linea con la matita o il pastello. Dall’altro, utilizzare i bagliori generati dalla escrescenze della carta, e dalle gradazioni del colore che vi si deposita sopra, mai assorbito con la stessa intensità in ogni sua singola parte, così che le sue figure paiono sciogliersi nell’acqua, nel sole e nella luce che sfolgorano nell’aria, in una atmosfera in cui acqua e aria sembrano impregnare l’universo, essere in stretta continuità, e non essere ancora state separate e distinte. Le pennellate di Davide si diluiscono sulla carta, diventano un alternarsi di lampi di luce (ad esempio, sui capelli delle persone, spesso ancora intrisi d’acqua) e di linee d’ombra, paiono eseguire una sorta di danza misteriosa, con le figure che presto perdono ogni contorno, si sfaldano, sono permeabili alla luce e all’aria, assorbono colori e luci che vagano nello spazio che li circonda e se ne rivestono, mai tuttavia diventando naufraghi, sempre conservando la loro precisa identità.

È arduo compiere una scelta tra le opere in mostra; mi limiterò dunque a citarne qualcuna che mi ha particolarmente colpito. Un dipinto che ancora rimane nei miei occhi è quello con la figura di donna che s’abbandona, scivola e si scioglie nell’acqua, con il corpo e i capelli che si sfaldano nei liquidi riverberi che la assediano e la invadono, opera che presto ha fatto riemergere nella mia memoria uno dei dipinti-manifesto dei Prearaffaelliti, quell’Ophelia che John Everett Millais realizzò a metà Ottocento, con l’indimenticabile dettaglio spasmodico della vegetazione e la rappresentazione allusiva di piante e fiori, o uno dei tanti dipinti in cui la moglie di Bonnard, Martha, se ne sta immersa nell’acqua della vasca da bagno, in un tempo che pare essersi fermato, vibrante di colori che paiono accendersi per partecipare alla festa degli occhi. Nell’opera di Davide Peretti Poggi la precisione del dettaglio di Millais è scomparsa, i colori intensi di Bonnard sono perduti, ma restano le tracce di una frammentazione, di una lontana deflagrazione: tutto pare sfaldarsi nella luce, nei prismi e nei bagliori, impossessatisi di un elemento del reale per farne la propria pelle. Assai felice è il ciclo dedicato ai raccoglitori di conchiglie, cui già ho avuto modo di accennare: alla pesantezza dei corpi piegati, che frugano con le mani nell’acqua e nella sabbia – e che mi ricordano certa immediata carnalità delle figure di Lucian Freud, senza tuttavia quell’insistito accento sul disfacimento e sulla corruzione incipienti caratteristiche del pittore londinese –, fa riscontro anche qui un’aerea leggerezza che si va stingendo nei barbagli azzurri e bianchi che tutto avvolgono. In altri dipinti del ciclo, ecco comparire un bagnino in piedi sopra un “moscone”, con le gambe e i remi che disegnano linee e diagonali di un possibile quadro “astratto-concreto”, restituendoci la profondità della visione, mentre in altre opere, che hanno sempre la spiaggia come contesto, protagonisti diventano alcune memorabili figure, una con un cappello rosso e bianco, o un’altra con un copricapo di un rosso che palpita e s’accende, le quali evocano qualche ritratto della tradizione quattrocentesca, con i pali degli ombrelloni e le gabbie che di nuovo delineano e scandiscono la prospettiva. In altri dipinti, una figura stesa sulla sabbia, apparentemente addormentata, tiene con la mano il cappello di paglia che la ripara dal sole, mostrando una mano colta nell’abbandono o che si artiglia nello spasimo di un sogno che forse precede il risveglio. In altre opere del ciclo, teste emergono dall’acqua, recando i segni di una fatica e di uno sforzo di chi ritrova, con il respiro, l’aria, oppure figure, di straordinaria intensità espressiva, escono dall’acqua, accigliate, scontente di dovere fare ritorno in una dimensione che palesemente non amano. Infine, per completare la ricognizione sul mondo della spiaggia, ecco qualche dipinto i cui protagonisti sono ombrelloni sbrindellati, chiusi, agitati da un vento cattivo che improvvisamente s’è alzato. Ovunque, in ciascuna di queste opere, spira una luminosità diffusa, generata dalla luce abbacinante dell’estate, che nello stesso tempo spegne e esalta l’opulenza dei corpi e diluisce la forza d’impatto delle cose.
Negli anni Settanta, un artista bolognese di valore, Dino Boschi, oggi oscurato da una imperante sciatteria che s’accontenta di una memoria senza radici, aveva dipinto figure sulla spiaggia, solitarie o in gruppo, immerse nella solitudine e nell’impossibilità di comunicare, restituite in una sorta di glaciale silenzio, sdraiate sulla sabbia o sedute su un moscone, quasi sempre anonime, senza un volto nitidamente definito, salvo forse in una delle opere più belle di quel ciclo, L’urlo, che Boschi dipinse nel 1980 e che forse ne segna il congedo. Davide raccoglie, in un qualche modo, quel testimone, pur non ponendosi sulla stessa scia: come già si è visto nella descrizione sopra delineata, nelle sue opere i volti e i corpi si tagliano davanti a noi in tutta la loro forza espressiva, carnale, che pare volere prendere la parola; non sono, come in Boschi, figure ritagliate in una sorta di vuoto che angoscia, ma sono immerse in un elemento che le avvolge e le riscalda, quasi che tra loro e ciò che le circonda mai si dessero una separazione e una distanza.
Davide ha anche dipinto, in occasione della gravidanza della moglie – ricordiamo che una serie di acquerelli su carta, dedicati a questa situazione specifica, e a quello dei “corpi sotto il sole”, sono stati presentati in una mostra documentata da un catalogo, Corpi di carta, di carne, di acqua, con un testo di Guido Armellini–, quella condizione particolare che sorprende, commuove ed esalta ogni padre: il ventre ripieno della donna che si protende, sfera che sfida la perfezione di quelle create dall’uomo; in altri casi, il suo occhio è rimasto affascinato dall’immagine della donna incinta che si toglie il vestito, con un viluppo, un turbine di luce, che scuote l’abito blu, o ha fissato gli indimenticabili momenti che precedono il parto; in ciascuna di queste opere, oltre al corpo femminile, Davide esalta, con gli azzurri e i bianchi baluginanti, il panneggio del lenzuolo.  Ultimo ciclo, in verità il primo in ordine temporale, è quello dedicato agli animali: la testa di bue realizzata al carboncino, che trasuda umanità; una testa di maiale; il dipinto con la mucca vista da di dietro, con la linea del recinto sullo sfondo, confine verso l’infinito.

C’è un sottile erotismo in tutte le figure dipinte da Davide Peretti Poggi, e allora, facendo ritorno all’esordio di questo testo, non ci sorprende la fascinazione esercitata su di lui dai dipinti d’interni dell’Olanda del Seicento, specchio non solo di atmosfere, di modi di vivere e di sentire, in un tempo lontano che non è affatto perduto, ma anche – come peraltro nelle opere di un artista assai “moderno”, Bonnard – di una sensualità morbosa, quasi che, dietro quella compostezza dei corpi e delle cose, rivelata dalla luce che irrompe in un interno, vibrasse in agguato la tentazione della carne. Né questi soli riferimenti sarebbero sufficienti davanti all’opera di Davide Peretti Poggi: occorrerebbe parlare della memoria del disegno dai classici allo Jugendstil, e di uno sguardo sulla pittura che da Monet si srotola fino a certe esperienze dell’arte italiana del dopoguerra e a certa pittura “giovane” contemporanea, che a livello internazionale sente il desiderio di scavare nelle possibilità, ancora in parte inesplorate, della rappresentazione del reale. E, soprattutto, davanti a queste opere di Davide, occorre sempre tenere a mente il fil rouge che tutto tiene assieme, specchio peraltro dell’interiorità dell’artista: il sentimento di un’attesa senza fine, di una sospensione del tempo, la ricerca di un silenzio che è anche scelta di vita, e che nei suoi dipinti s’incarna in una luce che accarezza figure e cose, e ce le restituisce in un momento di autenticità del vivere. Viene dalla superficie dell’opera, la luce, nei dipinti di Davide Peretti Poggi, ed è come se questa luce “interna”, se queste perle di luce che ovunque s’accendono e si propagano, ci segnalassero la conquista di una sorta di pacificazione e di ricomposizione, l’approdo al senso ultimo dell’esistere, ai “momenti di essere” in cui persone, cose, natura respirano dentro l’universo, al suo ritmo segreto.

Biografia

Davide Peretti Poggi è nato nel 1967 a Bologna.
Proviene da una famiglia di pittori di cui continua con passione la tradizione.
Terminato il liceo Classico si è diplomato a Firenze in restauro di tavole e tele, svolgendo l’attività di restauratore per una quindicina di anni.
Dopo questo periodo si è dedicato esclusivamente alla pittura.
Negli anni 1996-1997 ha insegnato disegno alle Collezioni Comunali d’arte di Bologna insieme al padre Wolfango.
Dal 1999 organizza lezioni di disegno e pittura per adulti e bambini presso il suo studio prima a Bologna ora a San Lazzaro di Savena.
Dal 2010 è docente di disegno e discipline pittoriche presso l’Università Primo Levi a Bologna.

 

Eventi recenti:

“Emersi e sommersi” personale opere 2007-2012 presso oratorio Santa Maria della Vita, Bologna, maggio-luglio 2012. Catalogo con testi di Riccomini, Campanini, Parmiggiani.

“Corpi di carta di carne di acqua” personale di acquerelli presso lo Studio Bollini-Villani, Bologna, novembre-dicembre 2011. Catalogo a cura di Guido Armellini

Premio Combat 2011
artista segnalato maggio 2011

“L’antico incontra il contemporaneo”, Galleria Fondantico, Bologna, gennaio-febbraio 2010

“La materia del segno” Galleria Grafique Art Gallery, Bologna, Ottobre-Novembre 2009

Partecipazione ad Art Verona 2009 con la Galleria Grafique Art Gallery, settembre 2009

“L’antico incontra il moderno”, Galleria Fondantico, Bologna, gennaio 2009

“DI-SEGNO”, Galleria Stefano Forni, Bologna, dicembre 2008-gennaio 2009

“Unicef chiama Arte”, Auditorium Teatro Manzoni, Bologna, dicembre 2008-gennaio 2009

Cerimonia ufficiale di presentazione e svelamento del ritratto dell’economista e più volte ministro Nino Andreatta, presso la sala a lui intitolata all’interno del Ministero del Tesoro, via XX Settembre, Roma, 13 febbraio 2008

“Bologna in posa”, Galleria Nuova Castiglione Arte, Bologna, marzo 2007

“MusicArte”, Galleria Stefano Forni, Bologna, maggio-giugno 2006